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Garzia I Cavaniglia 1395 ca.-1453

Nato probabilmente negli ultimi decenni del sec. XIV, fu originario di Valenza in Spagna. Alcuni storici, smentiti peraltro dalle fonti aragonesi, lo hanno identificato con l'ambasciatore di Alfonso d'Aragona presso Martino V, che a Firenze nel 1420, proponendo il sovrano come possibile difensore di Giovanna II all'oratore napoletano Antonio Carafa II, determinò l'intervento aragonese nel Regno. Anche se probabilmente il C. dovette seguire il re nelle varie campagne militari antecedenti al 1435, è solo da quest'anno che la sua presenza è documentata nel Regno, dove il sovrano, morta Giovanna II, era tornato a difendere i suoi diritti contro Renato d'Angiò. Nel 1440 il Garzia si trovava a Montefusco, capoluogo del Principato Ultra, da cui controllava la pontificia Benevento, presidiata dalle truppe di Francesco Sforza, allora al servizio di Renato D'Angiò. Il 15 dicembre egli riuscì a fare penetrare nel castello di Benevento un manipolo di truppe aragonesi, corrompendo un certo Pietro Quacquara, figliastro del castellano: successivamente gli fu facile occupare la città, di cui divenne governatore agli inizi del 1441. A giugno il re da Montefusco mosse verso Mirabella Eclano (Avellino), occupando quindi successivamente Apice (Benevento), Ariano Irpino (Avellino) e infine, ormai nel 1442, Troia (Foggia), che si arrese alla fine dell'anno. Al Cavaniglia, che aveva partecipato a tutta la campagna, Alfonso d'Aragona dimostrò la sua gratitudine concedendogli la baronia di Montecorvino (Foggia) e la contea di Troia, con il relativo titolo. E, quando il 22 febbraio dell'anno successivo Alfonso d'Aragona, che con la conquista di Napoli (giugno 1442) usciva vittorioso dalla lotta contro Renato d'Angiò, attraversò trionfalmente la capitale, il Cavaniglia, che ricevette anche il titolo di maggiordomo maggiore, fu uno dei baroni che sfilarono al suo seguito. Garzia fu al comando dell'esercito napoletano che Alfonso d'Aragona lasciò nelle Marche, a sostegno del pontefice Eugenio IV contro Francesco Sforza, mentre il re stesso ritornava in Calabria per far fronte alla rivolta suscitata da Antonio di Centelles. Nel 1444 Garzia ottenne dal re la castellania di Manfredonia e di Lucera e nel 1445 acquistò dal sovrano i feudi di Cassano Irpino, Bagnoli Irpino e di Montella (Avellino). Nel castello situato in quest'ultima località accolse Alfonso, che si recava a Napoli da Foggia, e organizzò per lui una battuta di caccia rimasta memorabile. Probabilmente egli seguì il sovrano a Napoli, poiché nello stesso mese partecipò alle solenni onoranze funebri, che furono tributate allora al fratello del re, don Pietro d'Aragona, rimasto ucciso, il 17 ottobre 1438, durante l'assedio di Napoli. Morto nel 1447 Eugenio IV, il Cavaniglia fu inviato a Roma come ambasciatore regio presso la Curia e il Collegio cardinalizio. Lo scopo della missione era duplice: far sentire ai cardinali la presenza del re di Napoli, garante dei loro privilegi, in un momento in cui Roma era scossa dalle infuocate arringhe di Stefano Porcari, e costituire nel medesimo tempo un monito a non sottovalutare l'importante ruolo che il re ormai svolgeva nella politica italiana. Il Cavaniglia rimase a Roma finché il conclave elesse al soglio pontificio, il 6 marzo, Niccolò V. Nel 1452, quando Federico III, che era stato incoronato imperatore a Roma a marzo, si accinse a risalire la penisola lasciando Napoli, dove era stato splendidamente onorato dal re, Eleonora del Portogallo, sua novella sposa, si recò ad imbarcarsi a Manfredonia, accompagnata da Alfonso d'Aragona. Nel loro viaggio verso Manfredonia i due sovrani fecero sosta a Troia, dove furono accolti e ospitati da Garzia I Cavaniglia che li scortò fino al porto pugliese. Nel gennaio del 1453 il Cavaniglia chiese al re la conferma di Montella, Bagnoli e Cassano, impegnandosi a completarne il corrispondente pagamento, non ancora interamente effettuato. Nello stesso anno prese parte al processo contro Francesco Sanseverino, duca di Scalea, colpevole di essersi opposto a che si arruolassero nei suoi feudi armati per l'esercito del re. Scoppiata, subito dopo la venuta dell'imperatore in Italia, la guerra che vedeva Venezia e Napoli appoggiate dal duca di Savoia e dal marchese del Monferrato coalizzate contro Francesco Sforza, a sua volta spalleggiato dal re di Francia Carlo VII, da Genova e dalla Repubblica fiorentina, Alfonso d'Aragona mise a capo dell'esercito napoletano inviato in Toscana nel giugno 1453 suo figlio Ferdinando, e il Garzia Cavaniglia fu uno dei consiglieri del principe ereditario. Nel corso delle operazioni militari, pochi mesi dopo, si stava procedendo alla presa in consegna da parte dei Napoletani di alcuni castelli ceduti loro per accordo da Gherardo Gambacorti, signore della Val del Bagno (valle superiore del Savio), quando il comandante di una delle fortezze che si dovevano arrendere ai Napoletani, Antonio Gualandi, castellano di Corsano, invece di procedere, come nei patti, all'esecuzione degli ordini ricevuti, fece chiudere le porte della fortezza e con le armi si oppose all'ingresso delle truppe napoletane. Questo episodio provocò nei castelli già ceduti la rivolta contro gli occupanti e nel corso degli scontri il Cavaniglia fu ucciso. Aveva fatto testamento il 18 febbraio 1438 lasciando suo erede il figlio Iñigo, che morì prima di potergli succedere. Aveva avuto altri due figli, Giovanni, cui passò il titolo, e Diego. Fu seppellito nella chiesa di S. Francesco in Troia, in cui la moglie, Giulia Caracciolo, fece costruire in suo onore un monumento marmoreo, ora perduto. Devoto estimatore di Giovanni da Capistrano, Garzia I Cavaniglia ebbe fama di uomo pio e contribuì alla fondazione del convento dei frati minori nella città di cui fu conte.

 

Approfondimento a cura di Ilde Rampino


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