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Giambattista Basile – Giugliano in Campania 1575-1632

Nato a Napoli nel 1575, da famiglia di cortigiani ed artisti, Giambattista Basile fu cortigiano e letterato, militare e diplomatico, improvvisatore di versi in italiano e spagnolo, amministratore di beni feudali e vicereali. Arruolatosi nelle milizie delle Repubblica di Venezia, allora impegnata a fronteggiare il pericolo turco, tornò in patria nel 1608. A Napoli, sotto la protezione della sorella Adriana, divenuta celebre e ricercata cantante, iniziò la sua carriera di cortigiano, entrando nella corte del principe di Stigliano. Dopo essere stato tra i fondatori dell'Accademia degli Oziosi, pubblicò Le Egloghe amorose e lugubri con lo pseudonimo di Gian Alesio Abbattutis., che egli utilizzò per le successive opere in dialetto napoletano. Basile collaborò alla Vaiasseide, il primo libro in dialetto di Giulio Cesare Cortese, "suo maestro e compagno d'arte nel parlare napoletano". L'anno seguente, si trasferì alla corte di Mantova, dove raggiunse la sorella Adriana. Accattivatosi il favore del duca Ferdinando, che lo nominò eques auratus e conte dell'Impero, Basile curò una ristampa mantovana delle sue Opere poetiche, che comprendeva una seconda parte di madrigali e odi, in omaggio ai Gonzaga. Nel 1613, forse per motivi di salute, fece ritorno a Napoli, dove si stabilì definitivamente. Fu probabilmente intorno a quell'epoca che Basile intraprese la composizione de Le muse napoletane, una raccolta di nove dialoghi in dialetto a cui il Basile diede il nome di egloghe, ma che sono, in realtà, descrizioni di costume popolare, in quanto egli vedeva nel dialetto napoletano ciò che gli permetteva di esprimere la sua vera natura, e de Lo Cunto de' li cunti.

 

Lo cunto de' li cunti

 

Sia Le muse napolitane che Lo cunto de' li cunti furono pubblicati dopo la morte di Basile, avvenuta il 23 febbraio del 1632 nella sua casa di governatore a Giugliano, nei pressi di Napoli. Privo della definitiva revisione da parte dell'autore, ridotto, dunque, a semplice manoscritto, Lo cunto de' li cunti fu pubblicato solo nel 1636. A partire dall'edizione del 1674, fu comunemente introdotta nel frontespizio del libro la denominazione di Pentamerone, usata per dichiarare il rapporto che esso aveva con il Decameron "in quanto era diviso in giornate". Il Cunto infatti presenta una struttura circolare: un racconto all'interno del quale sono narrati altri quarantanove racconti. L'opera è divisa in cinque giornate di recitazione comica e ciascuna giornata si chiude con un'egloga di argomento morale recitata da due servi-attori. L'atmosfera ricostruita nel Cunto è quella che si respirava nei casali, all'interno dei quali si radunava la gente comune per trascorrere qualche ora ascoltando piacevolmente i "trattenimenti", ovvero le narrazioni di racconti. Ogni racconto presenta la stessa struttura e la stessa logica: come incipit e chiusura c'è un proverbio che ha il compito di smorzare il tono fortemente espressivo e audace del racconto stesso. Gli eventi narrati sono disposti secondo la medesima sequenza logica:

 

• il conflitto
• l'allontanamento e il viaggio
• il ritorno e il cambiamento di status

 

Questa struttura fa del Cunto un sofisticato racconto multiplo, destinato a diventare un modello narrativo, denominato racconto fiabesco, successivamente diffuso nelle tradizioni del racconto europeo. In realtà, il Pentamerone è una raccolta di fiabe popolari di antica tradizione napoletana, recitate dieci alla volta, in cinque giorni durante i quali, a turno, dieci donne raccontano dieci favole: in tutto 49 racconti. Le differenze tra le due opere, il Cunto e il Decameron riguardano, infatti, anche la figura del narratore. Alla signorile schiera dei narratori boccacciani, si oppone la schiera di vecchie sboccate ed audaci, ragazze astute e inarrestabili, mogli terribili e fate dispotiche. Basile attinge al vasto repertorio della tradizione napoletana orale e con grande originalità la inserisce nel mondo fiabesco: vi sono quindi le frequenti metamorfosi degli uomini in animali, delle bestie in esseri inanimati. Le metafore svolgono un ruolo centrale: la notte s'identifica, in generale, con la bruttezza e la morte, l'erotismo con frequenti doppi sensi; al contrario, il sole richiama la bellezza e la trasparenza dei sentimenti. Lo Cunto de li cunti, sottotitolato "trattenimento de' peccerrille", è l'opera più importante di Giambattista Basile e non era dedicata ai bambini, "come alcuni, e tra questi il Grimm, hanno creduto, prendendo alla lettera il titolo giocoso," ma "per uomini letterati ed esperti" e comprendeva anche azioni teatrali e narrazioni. Tradotto nel 1925 da Croce, che lo definì "il più bel libro italiano barocco", Lo Cunto de' li cunti ebbe grande influenza nel genere letterario della fiaba a livello europeo: ristampato sei volte nel '600, tradotto in lingua italiana nel 1754, il Pentamerone fu stroncato dalla critica settecentesca italiana. Giunto, però, in Francia, in forma di libro o attraverso rappresentazioni, fu fonte d'ispirazione per uno dei maggiori favolisti del tempo: Perrault. Nel 1822 Jacob Grimm tradusse integralmente l'opera. Il Cunto è un'opera di grande sapienza e tecnica letteraria, unica nel sollevarsi dal generale grigiore della novellistica secentesca, e per questo definito dalla critica "il primo e più illustre fra quanti libri di fiabe esistano nella civiltà europea". Basile si accosta al mondo della fiaba popolare con la sensibilità propria dell'artista che ad essa infonde "il lume e il suono e l'anima del suo umano sentire". Dotato di una struttura flessibile, in continuo e aperto contrasto con i canoni del racconto umanistico, con gli schemi e i vincoli del genere favolistico classico, il Cunto rappresenta un'innovazione in ambito favolistico e crea un unicum letterario di massimo spessore. Non tutti sanno che proprio Il Cunto de li cunti è stato la fonte di ispirazione di gran parte della letteratura fiabesca europea e i più noti racconti quali "Cenerentola", "La bella addormentata nel bosco", "Il Gatto con gli stivali", sono il risultato di riduzioni o adattamenti dei racconti di Basile. Il tema dominante nell'intera opera è il rapporto speculare che esiste tra realtà e finzione: attraverso la menzogna e l'invenzione della favola, Basile racconta la verità del mondo. Solo la quarantanovesima fiaba non è una finzione, ma è il racconto delle vicende personali della narratrice, la principessa Zoza, che rompe così l'incantesimo. Indefinito è l' asse temporale, così come quello spaziale: l'ambientazione non è quasi mai riconducibile a luoghi reali o identificabili. Anche i protagonisti hanno nomi e caratteri che non dicono nulla sulla loro identità, sul loro "io". La sola indicazione che li connota e li inserisce all'interno della realtà è l'appartenenza ad una certa gerarchia sociale: sono re, principesse, villani o mercanti, membri di una gerarchia che li pone in alto o in basso nella scala sociale. La metamorfosi è un importantissimo tema che ripercorre l'intera opera e la caratterizza come una realtà in continua evoluzione, il divenire dei fatti e delle storie è una tappa obbligatoria del percorso tracciato all'interno del Pentamerone: ecco il filo conduttore dell'opera. Tutti i protagonisti prima del termine del racconto cambiano sempre la propria condizione: determinante in Basile è il cambiamento di status. Attraverso un viaggio o una trasformazione, i personaggi realizzano il passaggio dalla povertà alla ricchezza, dalla solitudine al matrimonio, dalla bruttezza alla bellezza, da un rango inferiore ad uno superiore. Questo passaggio avviene sempre attraverso eventi sui quali intervengono poteri violenti e capricciosi, quasi sempre impersonati da orchi e fate. La costante presenza del cambiamento e, soprattutto, del miglioramento è uno degli elementi ricorrenti in una società quale quella del XVII secolo, tendenzialmente statica, ma pervasa dal desiderio di modernità. Il viaggio, infine, è l'altro tema ricorrente e protagonista dell'intera raccolta. L'allontanamento, il distacco, l'esilio forzato, sono aspetti riproposti da Basile in ogni fiaba. La partenza rappresenta sempre un momento di rottura, la rinuncia di condizione nota per una nuova, spesso per luoghi sconosciuti, non agevoli e ricchi di insidie.

 

Approfondimento a cura di Ilde Rampino


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